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Piume Baciatemi

Adua 1896: i Bersaglieri sul monte Bellah e la crisi dello schieramento italiano

The Battle of Adowa, The Last Rally of General Dabormida. Illustration for The Graphic, 11 April 1896.
The Battle of Adowa, The Last Rally of General Dabormida. Illustration for The Graphic, 11 April 1896.. Autore: The Graphic, from details supplied by survivors — licenza Public domain, Wikimedia Commons.Foto: The Graphic, from details supplied by survivors · Wikimedia Commons · Public domain · fonte

Il ruolo dei Bersaglieri nella battaglia del 1º marzo 1896: la difesa del Bellah, il tentativo sullo Zebàn Daarò e il crollo dello schieramento italiano.

Il 1º marzo 1896, presso Adua, l’esercito guidato da Menelik II sconfisse le forze italiane del generale Oreste Baratieri. Fu lo scontro decisivo della guerra di Abissinia. Per l’Italia significò una lunga battuta d’arresto nell’espansione coloniale nel Corno d’Africa; per l’Etiopia, la salvaguardia della propria indipendenza.

In quella giornata i Bersaglieri combatterono sul monte Bellah, in un settore minacciato dall’aggiramento etiope. La fonte consultata descrive soprattutto l’azione degli uomini del colonnello Stevani e il tentativo di riprendere una posizione rocciosa vicina. Non offre invece un resoconto completo dei singoli reparti bersaglieri né delle loro perdite: è entro questi limiti che possiamo ricostruirne il ruolo.

Dalla crisi della campagna alla decisione di avanzare

La guerra era cominciata nel dicembre 1895 con gli attacchi etiopici ai presidi italiani nel Tigrè. Alla sconfitta dell’Amba Alagi, il 7 dicembre, era seguita la resa di Macallè, il 22 gennaio 1896. Baratieri aveva ricevuto rinforzi dall’Italia, ma Menelik aveva aggirato il suo schieramento raggiungendo la zona di Adua, da cui poteva minacciare l’Eritrea italiana.

Il 7 febbraio Baratieri si sistemò sul monte Saatì. Seguì un’attesa di venti giorni, mentre peggioravano le condizioni dei rifornimenti. Menelik propose di fermare le ostilità in cambio della cancellazione del trattato di Uccialli. Il governo italiano rifiutò, ritenendo necessaria una vittoria militare.

Francesco Crispi sollecitava Baratieri ad agire, ma aveva già deciso di sostituirlo con Antonio Baldissera. Intanto le rivolte nelle retrovie italiane minacciavano i collegamenti con Massaua. Il 27 febbraio, con viveri sufficienti per appena quattro giorni, Baratieri prospettò una ritirata in Eritrea. I comandanti di brigata si opposero, giudicando preferibile affrontare il nemico.

Un piano fondato sull’appoggio reciproco

La scelta finale non prevedeva un assalto diretto al campo etiope. Gli italiani avrebbero marciato di notte per prendere alcune alture, costringendo Menelik ad attaccarli su posizioni favorevoli oppure a ritirarsi. Le quattro brigate, affidate ad Albertone, Arimondi, Dabormida ed Ellena, avrebbero dovuto sostenersi a vicenda.

Baratieri disponeva complessivamente di 17.800 uomini e 56 cannoni. Nel testo, Bersaglieri e Alpini sono indicati fra le poche truppe scelte. Gran parte degli altri reparti nazionali era invece formata da soldati di leva provenienti da reggimenti diversi, poco preparati all’ambiente africano e con scarsa esperienza di guerra. Anche l’equipaggiamento presentava carenze, soprattutto nelle calzature.

A rendere fragile il progetto contribuivano le informazioni disponibili. Mancavano una carta attendibile e reparti di cavalleria per esplorare il terreno. I comandanti ricevettero soltanto un disegno sommario, contenente errori. Baratieri stimava inoltre gli avversari fra 30.000 e 40.000 uomini, mentre le forze di Menelik erano comprese fra 100.000 e 120.000.

La marcia iniziò la sera del 29 febbraio. La brigata Albertone, composta quasi tutta da ascari, precedette le altre. Un equivoco nell’identificazione del colle Chidanè Merèt la spinse ancora più avanti, senza che Baratieri ne fosse informato. Il collegamento necessario al sostegno reciproco venne così compromesso.

I Bersaglieri sul Bellah e il tentativo di Stevani

All’alba Albertone si trovò esposto all’attacco etiope. Dopo ore di combattimento, la sua brigata cedette e il comandante fu catturato. Feriti e superstiti raggiunsero progressivamente il centro italiano, dove Arimondi stava occupando le posizioni fra il Raio e il Bellah.

Intorno alle 10 le forze etiopiche investirono questo settore. Sul Bellah, alla destra dello schieramento italiano, erano disposti i Bersaglieri del colonnello Stevani. Sul lato opposto, presso il collegamento fra Raio ed Erarà, combatteva il battaglione indigeno comandato da Galliano.

Una formazione etiope di 25.000 scioani, appartenenti alla guardia di Menelik, riuscì a impadronirsi di sorpresa dello Zebàn Daarò. Questo sperone, posto a nord-ovest del Bellah, consentiva di aggirare la destra di Arimondi. La minaccia non riguardava dunque soltanto la posizione dei Bersaglieri, ma il fianco dell’intera brigata.

Stevani ordinò a due compagnie di riconquistare lo sperone. La salita sulla parete rocciosa riuscì però soltanto a 40 uomini, che furono sopraffatti dagli avversari, molto più numerosi. È l’episodio più preciso che il testo tramanda sull’impiego dei Bersaglieri ad Adua: un tentativo fallito di ristabilire la situazione sul fianco destro.

Anche a sinistra la difesa cedette. Il battaglione di Galliano fu annientato e il suo comandante morì. I rinforzi inviati da Baratieri non riuscirono a fermare l’avanzata etiope. Attaccata frontalmente e aggirata da entrambi i lati, la brigata Arimondi crollò verso mezzogiorno; anche Arimondi cadde.

La ritirata e le conseguenze della sconfitta

Alle 12:30 Baratieri ordinò il ripiegamento generale, senza disporre di un piano già preparato. Nel pomeriggio provò, insieme ai colonnelli Stevani e Brusati, a organizzare una retroguardia fra Jeha e Kokma. Il tentativo fu abbandonato e la ritirata proseguì verso Adi Caiè.

Separata dal resto dell’esercito, la brigata Dabormida continuò a combattere nel vallone di Mariam Sciauitù. Le disposizioni esatte ricevute dal suo comandante restano incerte. Dabormida morì durante la fase finale dei combattimenti, ma anche le circostanze della sua morte non sono chiarite.

Le cifre delle perdite sono discordanti. Harold G. Marcus indica 6.000 morti fra italiani e ascari; altre valutazioni arrivano a circa 7.000. Sono incerte anche le perdite etiopiche. Gli italiani persero inoltre tutta l’artiglieria.

In Italia la notizia provocò proteste contro la politica coloniale e Crispi si dimise il 5 marzo. La pace, conclusa ad Addis Abeba in ottobre, lasciò all’Italia l’Eritrea, ma cancellò il trattato di Uccialli e riconobbe l’indipendenza piena dell’Etiopia. L’azione dei Bersaglieri sul Bellah rimase parte di una battaglia nella quale la separazione delle brigate impedì il sostegno previsto dal piano iniziale.

Bibliografia e fonti

Testo originale della redazione di Piume Baciatemi, riscritto consultando la voce di Wikipedia indicata qui sotto (contenuti con licenza CC BY-SA 4.0). Per i dettagli e le fonti primarie si rimanda alle note della voce.

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