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Piume Baciatemi

Pastrengo 1848: i Bersaglieri nell’avanzata verso l’Adige

Pastrengo 1848: i Bersaglieri nell’avanzata verso l’Adige
Pastrengo 1848: i Bersaglieri nell’avanzata verso l’Adige. Autore: Unknown authorUnknown author — licenza Public domain, Wikimedia Commons.Foto: Unknown authorUnknown author · Wikimedia Commons · Public domain · fonte

Il 30 aprile 1848 i Bersaglieri parteciparono all’attacco di Pastrengo e raggiunsero Sega durante la ritirata austriaca. Una vittoria che rese più sicuro l’assedio di Peschiera.

Da Goito alle posizioni di Pastrengo

Il 30 aprile 1848, durante la prima guerra d’indipendenza, l’esercito di Carlo Alberto attaccò le posizioni austriache presso Pastrengo, a nord di Verona. Dopo il successo al ponte di Goito, fu un’altra vittoria piemontese. I Bersaglieri presero parte all’operazione: il racconto disponibile ne indica la presenza nelle colonne d’attacco, l’esposizione al fuoco nemico e l’arrivo sull’Adige durante il ripiegamento austriaco. Non descrive, invece, tutte le azioni delle singole compagnie.

La situazione era maturata nelle settimane successive alla dichiarazione di guerra del 23 marzo. Attraversata prudentemente la Lombardia, Carlo Alberto aveva incontrato sul Mincio la prima resistenza consistente. L’8 aprile, a Goito, i piemontesi avevano costretto gli austriaci a ripiegare verso l’Adige. Non avevano però proseguito l’inseguimento, scegliendo di avviare l’assedio di Peschiera.

Per Josef Radetzky l’Adige aveva una doppia importanza. Proteggeva Verona e assicurava, attraverso la sua valle, i collegamenti con l’Austria. Pastrengo, sulla sponda destra, serviva inoltre a conservare i contatti con Peschiera. Eliminare quella posizione avanzata significava dunque rendere più sicure le operazioni piemontesi intorno alla fortezza assediata.

Il 28 aprile le truppe piemontesi occuparono Colà, Pacengo e Sandrà, mentre gli austriaci concentravano la difesa attorno a Pastrengo e Piovezzano. Radetzky inviò rinforzi e affidò il settore al generale Gustav von Wocher. Il giorno seguente gli austriaci tentarono di verificare la consistenza dello schieramento avversario, ma gli scontri non modificarono la situazione a loro favore.

Le compagnie bersaglieri nel piano d’attacco

L’offensiva decisiva fu stabilita per il 30 aprile. Il compito spettava al corpo d’armata di Ettore De Sonnaz, con il sostegno della riserva e della brigata «Regina». Il piano prevedeva tre colonne convergenti su Pastrengo. A difesa dell’abitato, verso sud, si trovavano le alture di San Martino e delle Bionde.

I Bersaglieri erano distribuiti sulle due ali. Una compagnia accompagnava la colonna di sinistra, affidata a Giovanni Battista Federici. Ne facevano parte anche la brigata «Piemonte», i volontari piacentini e una batteria. Questa forza doveva partire da Colà e dirigersi contro il lato destro dello schieramento austriaco.

Altre due compagnie erano assegnate alla colonna di destra del generale Mario Broglia di Casalborgone, insieme alla brigata «Savoia» e all’artiglieria. La direttrice passava da Santa Giustina a Osteria Nuova, ai piedi di San Martino. Al centro avanzava invece la riserva di Vittorio Emanuele, con la brigata «Cuneo», il 16º Reggimento, i parmensi e i cannoni.

Nel complesso, il piano impegnava circa 13.500 uomini contro una difesa indicata in 7.000 uomini e 12 pezzi d’artiglieria. La presenza delle compagnie bersaglieri nelle colonne laterali è esplicita. Il testo, tuttavia, non ne fornisce i numeri identificativi né ricostruisce separatamente il percorso di ciascuna.

L’avanzata e il fuoco sulle alture

Sul lato destro l’attacco incontrò presto difficoltà. Il terreno rallentò la «Savoia», che aveva assunto troppo in anticipo la formazione da combattimento. Bersaglieri e volontari parmensi si trovarono più avanti degli altri reparti: contro di loro si concentrarono i colpi provenienti dall’artiglieria austriaca di San Martino e dai tirolesi.

Questo è uno dei passaggi in cui emerge più chiaramente il coinvolgimento diretto dei Bersaglieri. L’avanzata verso l’altura si arrestò e nemmeno l’arrivo della fanteria della «Savoia» riuscì subito a rimetterla in moto. Fu necessario chiamare i cannoni, che impiegarono un’ora per raggiungere una posizione utile. Una volta aperto il tiro, pochi colpi bastarono a costringere l’artiglieria avversaria ad allontanarsi.

Anche al centro il terreno ostacolava i movimenti. La «Cuneo» dovette superare la zona paludosa del Tione mentre i tiratori austriaci sparavano dalle alture. Sulla sinistra, invece, Michele Bes riuscì a far avanzare la «Piemonte» dopo aver respinto gli avamposti nemici alle Brocche. Tra le 13 e le 14 le colonne stavano completando lo schieramento per proseguire l’attacco.

Durante questa fase Carlo Alberto si avvicinò alla «Cuneo», irritato dal rallentamento. Alcuni carabinieri della sua scorta furono sorpresi dal fuoco austriaco sulle Bionde e arretrarono. Il maggiore Alessandro Negri di Sanfront lanciò allora i tre squadroni alla carica, seguiti dal re e dal suo stato maggiore. L’episodio diede nuovo impulso all’avanzata generale. Fu un’azione dei Carabinieri, distinta dal contributo dei reparti bersaglieri.

A Sega, mentre gli austriaci attraversavano il fiume

La pressione piemontese spinse Wocher a organizzare la ritirata. La «Cuneo» entrò a Pastrengo, ormai lasciata dagli austriaci, mentre altri reparti inseguivano le fanterie in ripiegamento. Presso il cimitero una batteria piemontese, avanzata eccessivamente, si trovò in pericolo. Alfonso La Marmora fece intervenire uno squadrone di cavalleria e risolse la difficoltà.

Verso le 16 i Bersaglieri raggiunsero Sega, poco più a nord. Arrivarono mentre gli austriaci stavano smontando il ponte di barche utilizzato per attraversare l’Adige. Sulla riva destra erano rimasti centinaia di soldati austriaci, che furono fatti prigionieri. Il racconto registra questa coincidenza, ma non precisa quali compagnie bersaglieri fossero presenti né attribuisce loro, da sole, tutte le catture.

Il successo non portò al passaggio piemontese oltre l’Adige. Le azioni di Radetzky contro altri settori, pur respinte, preoccuparono il comando di Carlo Alberto. Peschiera risultò isolata, ma i collegamenti austriaci lungo la valle non furono interrotti. Per le operazioni dal 28 al 30 aprile il bilancio riportato è di 15 morti e 90 feriti piemontesi; gli austriaci ebbero 24 morti, 147 feriti e 383 prigionieri. Non sono indicate perdite separate per i Bersaglieri. La vittoria aprì nuove possibilità verso Verona, senza però consentirne la conquista.

Bibliografia e fonti

Testo originale della redazione di Piume Baciatemi, riscritto consultando la voce di Wikipedia indicata qui sotto (contenuti con licenza CC BY-SA 4.0). Per i dettagli e le fonti primarie si rimanda alle note della voce.

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