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Piume Baciatemi

Caporetto 1917: i Bersaglieri nello schieramento e la ritirata verso il Piave

German troops marching along the Isonzo battlefield (battle of Caporetto)
German troops marching along the Isonzo battlefield (battle of Caporetto). Autore: Unknown authorUnknown author — licenza Public domain, Wikimedia Commons.Foto: Unknown authorUnknown author · Wikimedia Commons · Public domain · fonte

La presenza dei Bersaglieri nella 2ª Armata, lo sfondamento del 24 ottobre 1917 e la ritirata: una ricostruzione che distingue i reparti documentati dalle azioni non descritte.

La battaglia di Caporetto cominciò il 24 ottobre 1917 e sconvolse il fronte italiano. L’offensiva austro-ungarica e tedesca investì la 2ª Armata, provocando cedimenti che imposero anche alla 3ª Armata di arretrare. Il ripiegamento avrebbe portato le forze italiane fino al Piave. In questa vicenda furono coinvolti anche reparti bersaglieri, presenti nello schieramento della 2ª Armata.

Per ricostruirne il ruolo occorre però distinguere quanto è documentato da quanto non viene raccontato. La fonte consultata indica reggimenti, brigate e consistenza dei battaglioni bersaglieri. Non descrive invece le loro singole azioni durante lo sfondamento e la ritirata. La loro presenza va dunque collocata nel quadro generale, senza attribuire ai reparti episodi che la fonte non riporta.

I Bersaglieri nella 2ª Armata

Alla vigilia dell’attacco, la 2ª Armata del generale Luigi Capello comprendeva oltre 667.000 uomini. Nei suoi 353 battaglioni figuravano 24 battaglioni bersaglieri. Questo dato riguarda l’intera armata e non soltanto le forze direttamente investite dall’offensiva iniziale.

Nel settore settentrionale operava il IV Corpo d’armata, comandato da Alberto Cavaciocchi. Al suo interno, la 43ª Divisione comprendeva il 9º Reggimento bersaglieri, insieme a reparti di fanteria e alpini. Il 2º bersaglieri era invece inserito nella 46ª Divisione. Entrambi compaiono quindi nell’ordinamento del corpo d’armata schierato fra il Rombon e Dolje.

Altri Bersaglieri si trovavano più indietro. Il VII Corpo d’armata di Luigi Bongiovanni, disposto tra Matajur e Globočak, comprendeva la IV Brigata bersaglieri nell’insieme delle forze delle divisioni 3ª e 62ª. Nella valle dello Judrio, a nord di Cormons, il XXVIII Corpo d’armata di Alessandro Saporiti aveva invece la 47ª Divisione, con la I e la V Brigata bersaglieri, oltre alla brigata Milano.

Questa distribuzione mostra una presenza sia nel dispositivo avanzato sia nelle formazioni arretrate. Non consente, da sola, di stabilire come combatté ciascun reparto. Anche quando il racconto segnala il cedimento di una divisione, non offre necessariamente elementi per descrivere separatamente la condotta dei Bersaglieri che ne facevano parte.

Un esercito logorato e una difesa fragile

Caporetto arrivò dopo undici battaglie sull’Isonzo. Le offensive italiane avevano comportato perdite molto elevate, spesso senza risultati proporzionati. Anche l’esercito austro-ungarico era duramente provato e aveva chiesto l’aiuto tedesco. La crisi russa rese possibile trasferire forze verso altri fronti, rafforzando lo schieramento destinato ad attaccare l’Italia.

L’esercito italiano era cresciuto negli uomini e negli armamenti, ma l’addestramento non aveva seguito lo stesso sviluppo. Mancavano istruttori esperti e la lunghezza del fronte assorbiva molte risorse. La preparazione restava orientata soprattutto all’offensiva, mentre le disposizioni per la difesa erano meno sviluppate.

La differenza rispetto ai tedeschi era rilevante. Questi affidavano maggiore iniziativa ai comandi inferiori e impiegavano piccoli nuclei d’assalto. Nella difesa accettavano anche arretramenti limitati, conservando riserve per contrattaccare. Gli italiani concentravano invece molti soldati nelle posizioni avanzate e confidavano soprattutto nell’artiglieria per fermare il nemico. Una catena di comando più lunga rendeva inoltre più laboriosa la trasmissione degli ordini.

Cadorna aveva ordinato di predisporre la difesa già in settembre. L’applicazione delle direttive, però, fu incompleta. Nella 2ª Armata le artiglierie non vennero arretrate adeguatamente. Intanto giungevano segnalazioni sull’attacco imminente, ma alcune informazioni fornite da disertori non furono considerate attendibili.

Il 24 ottobre: lo sfondamento

Alle due del mattino le artiglierie austro-tedesche aprirono il fuoco, utilizzando anche proiettili a gas. Il bombardamento danneggiò i collegamenti italiani. Nel XXVII Corpo d’armata le comunicazioni interrotte contribuirono a rendere disordinata la risposta dei cannoni. Protette dalla nebbia, le fanterie attaccanti si avvicinarono alle difese e passarono all’assalto alle otto.

Non mancò la resistenza. In alcuni settori gli attacchi furono arrestati, mentre altrove le posizioni cedettero. La 46ª Divisione, nel cui ordinamento figurava il 2º bersaglieri, non riuscì a mantenere le proprie linee. Il testo non precisa però quali azioni svolse il reggimento in quelle ore.

La penetrazione decisiva fu compiuta dalla 12ª Divisione slesiana lungo il fondovalle dell’Isonzo. Le posizioni italiane sulle alture non riuscirono a coglierne efficacemente l’avanzata. Partiti dalla zona di Tolmino, i tedeschi raggiunsero Caporetto nel pomeriggio. Altri reparti conquistarono importanti quote del Colovrat e dello Jeza. Nei giorni successivi la pressione si estese verso il Matajur, mentre ordini e contrordini aggravavano la confusione italiana.

La ritirata e le conseguenze

Il 27 ottobre Cadorna ordinò alla 2ª e alla 3ª Armata di ritirarsi oltre il Tagliamento. Il tentativo di fermare gli avversari sulle Prealpi era fallito. Cividale del Friuli venne occupata quello stesso giorno; Udine cadde il 28 ottobre.

La ritirata non ebbe ovunque lo stesso andamento. Alcuni reparti opposero resistenza e permisero ad altre forze di sganciarsi. Altri si dispersero o furono catturati. Il bilancio complessivo della rotta comprese quasi 300.000 prigionieri e 350.000 sbandati. Anche per questa fase, il testo non offre una cronaca distinta delle unità bersaglieri.

Alla sconfitta seguirono cambiamenti politici e militari. Il governo Boselli lasciò il posto a quello guidato da Vittorio Emanuele Orlando, mentre Armando Diaz sostituì Luigi Cadorna. L’esercito riuscì poi a riorganizzarsi e a fermare l’avanzata avversaria nella prima battaglia del Piave. Per i Bersaglieri, la ricostruzione qui possibile resta quella di una presenza documentata nello schieramento travolto dalla crisi, senza trasformare le lacune del racconto in episodi non attestati.

Bibliografia e fonti

Testo originale della redazione di Piume Baciatemi, riscritto consultando la voce di Wikipedia indicata qui sotto (contenuti con licenza CC BY-SA 4.0). Per i dettagli e le fonti primarie si rimanda alle note della voce.

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