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Piume Baciatemi

Enrico Dandolo, capitano dei Bersaglieri Lombardi: da Milano alla difesa di Roma

ritratto del patriota Enrico Dandolo
ritratto del patriota Enrico Dandolo. Autore: Unknown authorUnknown author — licenza Public domain, Wikimedia Commons.Foto: Unknown authorUnknown author · Wikimedia Commons · Public domain · fonte

Dalle cinque giornate di Milano alla morte presso Villa Corsini: il percorso di Enrico Dandolo nei Bersaglieri Lombardi e il ritorno delle sue spoglie ad Adro nel 1968.

La vicenda di Enrico Dandolo lega le cinque giornate di Milano alla difesa della Repubblica Romana. Nel suo percorso, concluso a Roma il 3 giugno 1849, trova posto un preciso incarico militare: quello di capitano dei Bersaglieri Lombardi, nel battaglione guidato da Luciano Manara. È questo il legame con la storia bersaglieresca documentato dalla sua biografia, insieme all’omaggio che il corpo gli rese ad Adro nel settembre 1968.

Seguire questa vicenda significa incontrare anche il fratello Emilio, gli amici impegnati nelle stesse lotte e il padre Tullio. Dopo la morte, la storia di Dandolo prosegue attraverso le difficoltà della sepoltura e la decisione di una comunità di accoglierne le spoglie nella tomba familiare.

Da Varese alle cinque giornate di Milano

Enrico nacque il 26 giugno 1827 a Varese. Apparteneva a una famiglia che avrebbe contato più figure coinvolte nelle guerre per l’indipendenza italiana. Suo padre era il conte Tullio Dandolo, a sua volta figlio di Vincenzo Dandolo. La dimensione familiare accompagna il racconto della sua partecipazione agli avvenimenti del Risorgimento, soprattutto attraverso la presenza del fratello Emilio.

Nel 1848 Enrico fu tra i protagonisti dell’insurrezione milanese ricordata come le cinque giornate. Con lui agirono Emilio e due amici, Luciano Manara ed Emilio Morosini. La biografia riunisce dunque, in questo passaggio, nomi che tornano anche nelle successive vicende militari e nella storia della sua sepoltura.

Il testo non descrive i singoli episodi dell’azione di Dandolo a Milano. Ne indica però il rilievo e riferisce che aveva acquisito una buona conoscenza delle tattiche di guerriglia. Questo è l’elemento fornito sulla sua esperienza di combattimento prima del racconto delle campagne condotte con i volontari lombardi.

Con Manara, dalle campagne del 1848 a Roma

Dandolo prese parte alla prima guerra d’indipendenza nelle file dei volontari lombardi riuniti nella Legione Manara. Il suo impegno riguardò la campagna nel Bresciano e in Trentino. Dall’insurrezione di Milano, il racconto passa così alla partecipazione alle operazioni militari in questi territori, sempre nel quadro delle lotte risorgimentali.

Nel 1849 partecipò anche alla costituzione della Repubblica Romana. Durante i combattimenti contro le forze francesi, la sua appartenenza militare viene precisata: era capitano nel battaglione dei Bersaglieri Lombardi comandato da Luciano Manara. Per la storia dei Bersaglieri, è il punto centrale della sua biografia.

Occorre distinguere ciò che viene riferito sui due momenti. Per la campagna nel Bresciano e in Trentino si parla della Legione Manara e dei suoi volontari lombardi. Per la battaglia a Roma, invece, sono indicati il battaglione bersaglieri, il comandante e il grado di Dandolo. Il testo non offre altri particolari sull’organizzazione del reparto o sugli incarichi specifici affidati al capitano.

La presenza di Manara collega comunque le diverse tappe del percorso: amico nei giorni milanesi, figura di riferimento della legione e comandante del battaglione nel quale Dandolo combatté a Roma.

La morte presso Villa Corsini e la sepoltura a Vezia

Enrico Dandolo morì nella notte del 3 giugno 1849, in uno scontro vicino a Villa Corsini. La sua morte si colloca nei combattimenti contro i Francesi, che alla fine occuparono Roma e posero termine alla Repubblica. La biografia non aggiunge dettagli sulle circostanze personali della caduta: non attribuisce a Dandolo ordini, parole o singole azioni in quelle ore.

Il corpo venne sepolto a Vezia, nel Canton Ticino, presso Lugano. In quel piccolo comune possedeva una villa la famiglia dell’amico Emilio Morosini. La sepoltura avvenne dunque fuori dall’Italia, benché il padre avesse cercato una diversa destinazione.

Tullio Dandolo aveva infatti chiesto alle autorità austriache di poter deporre il figlio nella tomba di famiglia ad Adro, nel Bresciano. Le condizioni richieste furono però giudicate dalla famiglia troppo umilianti. Enrico rimase perciò sepolto a Vezia. Il testo non precisa quali fossero quelle condizioni.

Adro e l’omaggio dei Bersaglieri nel 1968

Molto tempo dopo, gli abitanti di Adro appresero che la cappella di Vezia si trovava in stato di abbandono. Si attivarono allora per ottenere il trasferimento delle spoglie di Enrico nella sepoltura familiare. La richiesta fu accolta e la comunità sostenne le spese dell’operazione.

Nel settembre 1968 il trasferimento fu accompagnato da una cerimonia solenne, in occasione di un raduno nazionale dei Bersaglieri. La loro presenza ad Adro rese omaggio a un uomo che aveva militato nel battaglione lombardo di Manara. Il ricordo del capitano tornava così a unire la famiglia, la comunità e il corpo dei Bersaglieri.

Bibliografia e fonti

Testo originale della redazione di Piume Baciatemi, riscritto consultando la voce di Wikipedia indicata qui sotto (contenuti con licenza CC BY-SA 4.0). Per i dettagli e le fonti primarie si rimanda alle note della voce.

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