Musica, motti e saluti: le tradizioni dei Bersaglieri
Dall’inno del 1860 ai motti dei reggimenti, fino al saluto nato durante la guerra di Crimea: un percorso nelle tradizioni dei Bersaglieri, con l’eccezione del 3º Reggimento.
La storia dei Bersaglieri si può conoscere anche attraverso la musica e le parole che accompagnano i reparti. L’inno, i motti reggimentali e il grido di saluto appartengono a questo ambito. Sono elementi diversi: una composizione musicale passata attraverso più versioni, brevi formule che esprimono le aspirazioni dei singoli reggimenti e un saluto legato alla tradizione militare.
Le notizie disponibili permettono di seguire con precisione alcuni passaggi, soprattutto quelli musicali. Su altri aspetti occorre invece conservare una distinzione tra ciò che è indicato con certezza e ciò che resta dubbio. È il caso dell’origine del grido tradizionale, per il quale sono proposte due possibili derivazioni.
L’inno: tre nomi e tre passaggi
Il primo riferimento è il 1860. A comporre l’inno fu Giulio Ricordi, allora giovanissimo ufficiale dei Bersaglieri. Le parole furono affidate al poeta Giuseppe Regaldi. All’origine della composizione si trovano dunque due contributi distinti: quello musicale di Ricordi e quello poetico di Regaldi.
Nel 1862 intervenne Pietro Luigi Hertel, che realizzò una versione intitolata Flik Flok. Questo titolo identifica un passaggio successivo rispetto alla composizione iniziale. È quindi utile non confondere il lavoro del 1860 con la versione comparsa due anni dopo.
Un’altra tappa risale al 1886: il maestro Raffaele Cuconato preparò l’arrangiamento indicato come quello attuale, con il titolo Marcia dei Bersaglieri. La successione dei nomi aiuta a leggere correttamente questa vicenda. Ricordi è l’autore della musica originaria, Regaldi delle parole; Hertel firma una versione successiva e Cuconato l’arrangiamento attuale. Non si tratta, dunque, di attribuzioni alternative della medesima opera, ma di contributi collocati in momenti differenti.
I motti: impeto, velocità e determinazione
Accanto alla musica, ogni reggimento presenta un proprio motto latino. Per comprenderne il contenuto senza fermarsi alla formula, si possono ripercorrere i significati italiani riportati nel testo. Queste espressioni descrivono qualità auspicate e propositi: non vanno lette come resoconti di singole battaglie.
Il 1º Reggimento rivendica la precedenza nel colpire e nell’attaccare. Il 2º afferma di non accettare una posizione inferiore rispetto ad altri. Per il 3º, il tema è l’audacia sostenuta da forze superiori; il 4º riunisce energia, coraggio e slancio.
Nel motto del 5º nessun itinerario viene considerato impraticabile. Il 6º esprime un desiderio ardente di successo in battaglia. Con il 7º compaiono insieme rapidità e valore, mentre l’8º insiste sulla prontezza dell’azione offensiva. Il 9º accosta l’idea dell’invincibilità a una forza e a una velocità sempre maggiori.
Il 10º sceglie invece un’immagine di fuoco, presentandosi come una fiamma in mezzo ad altre. L’11º formula una domanda su chi possa spingersi oltre il reparto. Nel 12º, infine, la vittoria è posta in rapporto diretto con la vita stessa. Pur nella brevità, queste formule adottano registri diversi: affermazione, immagine e interrogativo.
Gli altri reggimenti: memoria, gloria e avversità
Proseguendo nell’elenco, il 13º associa la massima tenacia nel combattimento al primato nella vittoria. Il 14º lega il proprio nome alla gloria, usando l’immagine di una fioritura. Il 15º distingue invece gli elogi dalla gloria: rifiuta i primi e dichiara di aspirare alla seconda.
Il motto del 16º richiama come nutrimento la virtù del passato e la speranza. Quello del 17º guarda alla durata del nome attraverso il tempo. Il 18º afferma di non essere stato vinto e manifesta la disponibilità a rinnovare le glorie precedenti.
Negli ultimi tre motti emergono altre immagini. Il 19º presenta la ferita come origine di nuova energia. Il 20º rivendica la capacità di risplendere nelle difficoltà. Il 21º separa la posizione finale dal giudizio sul valore: essere ultimo non significa essere inferiore.
Letti insieme, i motti mostrano richiami ricorrenti, ma non identici. Alla velocità e all’impeto si affiancano la memoria, la speranza e la capacità di affrontare le avversità. Le informazioni fornite non comprendono però le date di adozione delle singole formule.
Il saluto tradizionale e l’eccezione del 3º
Il grido «Urrà!» accompagna il saluto dei reparti bersaglieri dalla guerra di Crimea. La sua provenienza non è indicata in modo univoco. Potrebbe derivare dal russo «Ura!», oppure dal britannico «Huzzah!». Entrambe le espressioni appartengono alla tradizione dei rispettivi eserciti e hanno un significato simile. Non è quindi possibile scegliere con certezza una delle due origini.
È segnalata una sola eccezione, rara e legata a una circostanza precisa. Il ricostituito 3º Reggimento Bersaglieri impiega il grido sardo «Fortza Paris!» quando si trova inquadrato insieme agli altri reparti della Brigata Sassari. Il significato richiama l’idea della forza esercitata insieme.
Il 3º appartiene alla brigata dal 2009. L’uso del suo grido non viene però descritto come una sostituzione generale del saluto bersaglieresco: riguarda soltanto la situazione indicata. È una distinzione importante per raccontare la tradizione senza trasformare un’eccezione circoscritta in una regola.
Bibliografia e fonti
Testo originale della redazione di Piume Baciatemi, riscritto consultando la voce di Wikipedia indicata qui sotto (contenuti con licenza CC BY-SA 4.0). Per i dettagli e le fonti primarie si rimanda alle note della voce.
Commenti
Caricamento dei commenti…
Per commentare deve accedere o iscriversi.
