Missione Alba, 1997: i Bersaglieri del 18º nell’intervento in Albania
Il 18º Reggimento bersaglieri della Brigata «Garibaldi» partecipò alla Missione Alba. Il contesto della crisi albanese e il quadro dell’intervento multinazionale guidato dall’Italia.
Fra i reparti italiani che presero parte alla Missione Alba, in Albania nel 1997, figuravano quelli del 18º Reggimento bersaglieri, appartenente alla Brigata «Garibaldi». È questo il riferimento ai Bersaglieri presente nel testo: una partecipazione inserita in un intervento multinazionale per il mantenimento della pace, promosso e diretto dall’Italia, con l’autorizzazione delle Nazioni Unite e dell’OSCE.
Per comprendere quella presenza occorre guardare alla crisi albanese e alle decisioni che portarono all’invio della forza. Il testo non descrive singole attività del 18º, né attribuisce ai suoi uomini episodi particolari. Consente però di ricostruire il quadro politico e militare nel quale operarono i reparti bersaglieri, insieme alle altre componenti italiane e straniere.
La crisi albanese e le ragioni dell’intervento
All’origine della missione vi fu la profonda crisi sociale provocata in Albania dal fallimento delle società finanziarie organizzate secondo il sistema piramidale. Il Paese attraversò una fase di grave disordine. Diversi Stati europei intervennero inizialmente con proprie iniziative militari, senza un’azione comune, per portare fuori dall’Albania i rispettivi cittadini che vi si trovavano.
Alba ebbe una portata diversa rispetto a quelle operazioni di evacuazione. L’iniziativa italiana mirava soprattutto a contenere le partenze dalle coste albanesi verso la Puglia. Il governo temeva che quel movimento migratorio potesse assumere proporzioni allarmanti. La crisi interna dell’Albania e gli attraversamenti del mare furono dunque due elementi strettamente legati nella decisione di intervenire.
Ad accelerare l’avvio della missione contribuì anche una tragedia nel canale d’Otranto. Nel venerdì santo del 1997, la motonave Kader-i Radesh affondò dopo una collisione con la corvetta Sibilla. Nel naufragio persero la vita più di ottanta profughi. L’episodio si collocò nel percorso che condusse alla costituzione della forza multinazionale.
Il mandato internazionale e le scelte italiane
La possibilità di dover impiegare la forza per riportare l’ordine rese centrale il lavoro diplomatico. L’Italia cercò un mandato dell’ONU, l’appoggio dell’OSCE e il coinvolgimento di Paesi alleati. Fra questi, la Francia avrebbe avuto un peso rilevante. L’intervento nacque quindi da una scelta italiana, ma fu costruito entro una cornice internazionale.
La direzione della missione prevedeva due livelli. A Roma operava un comitato incaricato dell’indirizzo politico. La responsabilità della guida politico-militare ricadeva invece sulla Difesa italiana. Questi organismi accompagnavano l’impiego della Forza Multinazionale di Protezione, della quale l’Italia aveva assunto la promozione e il comando.
Anche sul piano interno la decisione ebbe un passaggio significativo. Il Governo Prodi incontrò il dissenso del Partito della Rifondazione Comunista. Per ottenere l’approvazione dell’intervento dovette quindi fare affidamento sul sostegno delle principali forze di opposizione, Forza Italia e Alleanza Nazionale. La missione ebbe così un percorso politico segnato da divergenze all’interno dello schieramento di governo.
Il 18º Bersaglieri nella forza multinazionale
La presenza del 18º Reggimento bersaglieri della «Garibaldi» va letta all’interno di un contributo italiano formato da reparti di numerose unità. Il testo ne indica la partecipazione, ma non specifica quanti bersaglieri furono impiegati, dove vennero dislocati o quali compiti ricevettero. Non permette quindi di ricostruire una cronaca autonoma delle loro attività.
Accanto ai Bersaglieri erano rappresentati la Brigata meccanizzata «Friuli», il 187º Reggimento paracadutisti «Folgore» e il 151º Reggimento fanteria della Brigata «Sassari». L’elenco comprende inoltre il Reggimento d’assalto «Col Moschin», l’AVES, il 1º Reggimento carabinieri paracadutisti «Tuscania», il Battaglione di fanteria di Marina «San Marco» e il 33º Reggimento Logistico di Manovra «Ambrosiano».
La componente internazionale comprendeva, oltre all’Italia, Spagna, Francia, Turchia, Grecia, Romania, Austria e Danimarca. Successivamente si aggiunsero strutture sanitarie slovene e belghe, mentre il Portogallo contribuì con aerei da trasporto. La partecipazione del 18º si collocava dunque in una forza composta da contingenti e contributi di diversa provenienza.
Gli incidenti e i limiti della ricostruzione
Lo svolgimento della missione non fu privo di incidenti e infortuni. Fra gli episodi ricordati compare quello dell’incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, che si incagliò vicino alla costa dell’isola di Saseno. La nave rimase esposta alle onde per un giorno e una notte, prima di essere recuperata con l’aiuto di rimorchiatori arrivati dall’Italia.
Questo episodio riguarda la componente navale e non viene collegato dal testo ai Bersaglieri. È una distinzione importante: raccontare il contesto della missione non significa attribuire al 18º tutte le vicende della forza italiana. Il dato documentato resta la partecipazione di suoi reparti all’intervento.
Per la storia dei Bersaglieri, Alba rappresenta quindi una presenza nel quadro dell’impegno multinazionale in Albania del 1997. Il riferimento al 18º della «Garibaldi» è preciso, ma essenziale. Ricordarlo significa conservare quel dato senza completarlo con azioni, incarichi o risultati di reparto che il testo non riporta.
Bibliografia e fonti
Testo originale della redazione di Piume Baciatemi, riscritto consultando la voce di Wikipedia indicata qui sotto (contenuti con licenza CC BY-SA 4.0). Per i dettagli e le fonti primarie si rimanda alle note della voce.
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