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Piume Baciatemi

Le piume di gallo cedrone: storia e tradizione del piumetto

Gallo cedrone maschio con il piumaggio scuro
Un gallo cedrone (Tetrao urogallus) maschio. La tradizione lega le piume di questo uccello al piumetto dei Bersaglieri.Foto: Richard Bartz · Wikimedia Commons · CC BY-SA 2.5 · fonte

Per tutti sono «le piume di gallo cedrone». Ma da dove nasce il piumetto dei Bersaglieri, che cosa raccontano le fonti e quali tradizioni sono cresciute attorno a quelle penne nere?

Un pennacchio nato per nascondersi

Quando Alessandro La Marmora fondò il Corpo nel 1836, volle un copricapo pratico per una fanteria leggera che doveva muoversi in fretta e sorprendere il nemico. Le sezioni dell'Associazione Nazionale Bersaglieri ricordano che il pennacchio aveva soprattutto due scopi: riparare dal sole l'occhio destro, quello usato per mirare, e rendere meno riconoscibile la sagoma del soldato fra cespugli e boscaglia.

Non era un'invenzione isolata. Come ricorda la sezione ANB di Seriate, ornare il copricapo con penne e pennacchi era un'abitudine diffusa fra i reparti di cacciatori degli eserciti dell'epoca: un primo passo verso quella che oggi chiamiamo mimetizzazione.

Gallo cedrone per la truppa, struzzo verde per gli ufficiali

La tradizione più diffusa, riportata dalla Presidenza provinciale ANB di Bergamo, dalla sezione di Seriate e dalla Fanfara di Palazzolo sull'Oglio, racconta che il primo piumetto della truppa era fatto di penne di gallo cedrone, detto anche urogallo. Gli ufficiali, invece, portavano piume di struzzo tinte di verde. Pochi anni dopo la fondazione anche gli ufficiali adottarono il piumetto della truppa, e da allora il pennacchio nero è uguale per tutti: un segno di unità del Corpo.

Cedrone o cappone? Che cosa dicono le fonti

Il nome «piume di gallo cedrone» è entrato nell'uso comune, ma non tutte le fonti sono d'accordo sulla sua esattezza. Il colonnello Alfredo Terrone, per anni direttore del periodico associativo «Fiamma Cremisi», ha scritto sul sito dell'Associazione Nazionale Bersaglieri che, secondo il Museo Storico dei Bersaglieri e le memorie dei vecchi bersaglieri, il «pennacchietto» d'ordinanza era composto da 92 penne di cappone scure: 32 lunghe tredici centimetri e 60 lunghe ventisette.

Anche altri autori sostengono che il gallo cedrone, uccello raro e oggi protetto, non sia mai stato cacciato per fornire penne all'esercito, e che la truppa usasse soprattutto penne di cappone nero. Noi riportiamo entrambe le versioni: «gallo cedrone» è il nome con cui la tradizione ricorda il piumetto, mentre le notizie d'archivio citate dall'ANB parlano di penne di cappone.

Oggi la scheda del Catalogo generale dei Beni culturali del Ministero della Cultura descrive il cappello piumato, detto vaira, come completato da un «piumetto composto da penne nere», con il fregio dorato su coccarda tricolore.

Il piumetto «a carico dell'individuo»

Secondo il racconto di Terrone, il piumetto d'ordinanza era «a carico dell'individuo» e costava 1 lira e 70 centesimi. Era piuttosto povero, così veniva conservato per le esercitazioni e la campagna; per la libera uscita e le parate ogni bersagliere si procurava un piumetto fuori ordinanza, più folto e con penne più lunghe.

Il cappello veniva consegnato subito, al momento della vestizione. Il piumetto no: arrivava solo dopo circa due settimane, quando la recluta aveva imparato il passo svelto, il saluto pronto, l'inclinazione giusta del cappello e i nomi del comandante e del reggimento. In quel periodo le reclute non potevano uscire dalla caserma e portavano il copricapo ben calcato in testa: da qui, racconta l'ANB, il soprannome di «cappellone», poi esteso alle reclute di tutto l'esercito.

La cerimonia delle due penne

La consegna del piumetto era un momento solenne. Le reclute si schieravano di fronte agli anziani, alla presenza degli ufficiali. Il capitano diceva poche parole e chiedeva a ogni veterano di cedere due penne del proprio piumetto; le penne venivano subito distribuite alle reclute, che le aggiungevano al pennacchio ricevuto dal magazzino.

Un triplice «urrà» chiudeva la cerimonia, che poi continuava con i brindisi fra anziani e reclute. Ne nacque un modo di dire: «le piume ve le ho date io». Era una specie di patto: l'anziano prendeva sotto la sua protezione il giovane, che a sua volta doveva dimostrarsi degno di quelle penne.

La penna numero 90

C'era poi un gesto scaramantico. Nella smorfia popolare il numero 90 indica la paura, e gli anziani strappavano una penna dal piumetto delle reclute, idealmente proprio la novantesima. Il significato era chiaro: togliere al giovane soldato ogni timore, in pace e in guerra.

Il cappello che diventa bandiera

Con il tempo il cappello piumato è diventato il simbolo stesso del Corpo. La Fanfara di Palazzolo sull'Oglio ricorda l'episodio del tenente colonnello Negrotti, comandante del 23º Battaglione, caduto sul Mrzli nel 1915: colpito a morte, avrebbe alzato il cappello sulla punta della sciabola e lo avrebbe lanciato oltre il reticolato nemico gridando: «Bersaglieri, quella è la vostra bandiera! Andate a prenderla!».

Ancora oggi, nei raduni e nelle sfilate, le piume che ondeggiano al passo di corsa sono il primo segno con cui i Bersaglieri vengono riconosciuti. Molti bersaglieri in congedo, ricordano le sezioni ANB, continuano a portare sul fregio il numero del primo battaglione in cui hanno servito.

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